DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell’autore/autrice.

Per acquisire l’autonomia strategica necessaria per competere sul piano globale, l’Europa ha di fronte a sé numerose sfide, alcune delle quali esistenziali.

Per prima cosa, è necessaria una condivisione degli obiettivi, impossibili da ottenere in un contesto di scelte all’unanimità. Il primo passo per evitare che l’Europa scivoli (forse neanche troppo lentamente) in un parco giochi per coloro che nel resto del mondo investono ed innovano e poi vengono a ritemprarsi sul nostro continente e ad ammirarne cultura, bellezze naturali e tradizioni culturali (sotto governi fantoccio alla mercè delle superpotenze dominanti di turno) è fermare immediatamente lo scempio del voto all’unanimità in qualsiasi decisione collettiva. Con chi ci sta. Anche se dovese trattarsi di un nucleo di pochissimi paesi, possibilmente intorno a Francia, Germania, Spagna, Polonia. Ci piacerebbe poter includere nel gruppo anche l’Italia, sempre che alla guida del paese vi sia qualcuno in grado di vendere una scelta del genere ai propri elettori.

Se eliminare il voto all’unanimità è la prima regola per il funzionamento di una democrazia ed è condizione necessaria alla sopravvivenza del Sogno Europeo, non è tuttavia sufficiente. Oltre ad individuare una strategia condivisa da almeno un gruppo significativo di paesi, quella strategia deve trovare poi le risorse per essere attuata.

Servono investimenti, massicci. Dotarsi di un sistema di sicurezza efficace, di una deterrenza nucleare credibile, di un sistema d’intervento militare rapido d’emergenza, investire nelle transizioni digitale e verde, ammodernare le infrastrutture di comunicazione e trasporto interne – ossia finanziare i principali beni pubblici europei – significa aumentare il bilancio. Almeno fino al 4% del PIL europeo, come è stato calcolato prudenzialmente.

Ma operiamo in un contesto ideologico contrario alla spesa congiunta a livello sovranazionale, non tanto perché vi sia un bias verso l’austerità (sovente usato strumentalmente per evitare di accrescere il peso dell’Unione), ma perché ciascun governo ha interesse a scambiare l’aumento della spesa con logiche corporative ed elettorali interne, dalle quali dipende la loro sopravvivenza politica.

Negli ultimi mesi i vari paesi della UE hanno solennemente dichiarato di voler accrescere le loro spese, soprattutto in ambito militare. Ma frammentate a livello nazionale. Rischiando di duplicare inutilmente spese e funzioni facilmente razionalizzabili se centralizzate a livello europeo. Oltretutto indebolendone così l’efficacia complessiva. Ben vengano quindi le proposte volte ad accrescere il bilancio UE per fornire i beni pubblici europei (come scrivono da tempo Buti e Messori). Ed anche quelle volte ad alleggerire il peso dello stock di debiti pregressi nazionali consolidandoli in un unico fondo europeo, anche gestito dal MES (come suggerito da Messori), per ridurre il peso dei vincoli fiscali e liberare risorse dal servizio del debito.

Con decisioni a maggioranza ed un bilancio coerente con la quantità e qualità di beni pubblici che è ormai ineludibile allocare al bilancio europeo, i cittadini del Vecchio Continente possono ricominciare a sperare che l’integrazione per piccoli passi porti finalmente alla soddisfazione dei loro bisogni condivisi, riaccendendo il Sogno Europeo.

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